Duccio Canestrini antropologo
 
 
 
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Teatro


Skilift | 01/01/1997 13:00 |

Il protagonista rievoca le sue tragicomiche escursioni sciistiche da bambino. Siamo negli anni Sessanta, le Fiat Seicento sfrecciano sul corso principale di una cittadina di provincia alpina. Lo stabilimento della Montecatini diffonde la fluorite, che riempie gli operai di macchie blu come extraterrestri. L'angelo sterminatore dell'eroina è ancora lontano dai bar, e i rampolli della borghesia vengono spediti a praticare uno sport, lo sci, che è appena diventato uno status symbol.

Ogni giovedì anche Robertino sale sulla squallida tradotta per la montagna con gli spaghetti sullo stomaco, e nelle orecchie i battibecchi dei genitori in piena crisi coniugale. Sa già che al rientro in città la corriera si trasformerà in una surreale navicella spaziale: un ributtante Apollo 12, saturo di vomito. Vista, udito, olfatto, gusto e tatto: sulla fenomenologia del vomito il monologo si dilunga, sviscerando - per così dire - l'argomento.

 Lassù, nel puro bianco delle cime nevose, aspettano Robertino piste verticali e ghiacciate come vetrine, maestri di sci neandertaliani bersagliati dalle avances erotiche di liceali sgallettate, e un'allucinante serie di soprusi. Ma soprattutto l'estrema prova della sciovia. Tra un conato di vomito e l'altro, il protagonista rivive la forca caudina dell'impianto di risalita, dove egli cadeva rovinosamente otto volte su dieci. E, in forza del proverbio "Chi sullo skilift cade, vissuto è assai", si meritava la suprema umiliazione: che a furor di popolo gli venisse "cavato" l'abbonamento giornaliero. Una prova crudele, quasi di selezione darwiniana, dalla quale Robertino ha tratto una serie di insani ammaestramenti morali (sui sedicenti maestri, sulla solidarietà , sulla famiglia) che lo hanno segnato per tutta la vita.

 Accompagnato da canzoni degli anni Sessanta e sorretto da una comicità ora dolorosa, ora travolgente, "Skilift" è uno spettacolo giocato sui contrasti e scritto con un linguaggio libero, che si fa gioco dei gerghi delle scienze naturali, delle poesie da antologia scolastica e della pubblicità televisiva. Uno spettacolo tenero e grottesco, assolutamente lineare ma zeppo di metafore che consentono al pubblico diversi livelli di lettura.

 
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